venerdì 29 dicembre 2017

Noi come i mosaicisti?


Riprendo come promesso da questa foto, ma mi urge specificare, anche se è abbastanza ovvio, che questo non è un bizantino. E' un ricamo che ruba all'Ars bizantina l'idea del motivo in negativo racchiuso in una forma, continua il ladrocinio utilizzando proprio il punto stuoia per il ricamo del fondo, ma osa distorcere in un fiocchetto il palestrina che è più prenestino che bizantino e getta qua e là delle roselline che non sono né l'uno né l'altro. Avrei dovuto presentarlo alla fine dell'escursus bizantino/couching, ma, avendo aperto la parentesi sentimentale sul colore, è sbucato dal mucchio prima dei suoi logici predecessori.
E, visto che ormai ne siamo stati sedotti, ecco la versione azzurra della mitica mano di Cesarina...


Il campione con il tralcio d'uva è tratto dal libro Il ricamo bizantino della Scarpellini.
Ricamato con il DMC 3765, emette una luce unica e brillante. Il mio in ruggine, avendo usato un filato sfumato Calimala, riflette luci mutevoli, con una risultante più opaca. E se mi chiedeste, fossero amanti, quale preferirei, confesserei una relazione clandestina con entrambi, l'uno per le qualità riflessive, l'altro per la prestante esuberanza. 
Ahimè... Solo ricami mi circondano...
Per chi volesse risalire al disegno, ho scelto un alfabeto antico con spessori (One hundred thirty - Antique French Embroidery Alphabets, Shepard, pag.55e in simmetria ho costruito il cartiglio e aggiunto un paio di volute.

Ma torniamo a Ravenna e ai suoi mosaici.
Scacciati sotto il nevischio da ogni ristorante perché Non avete prenotato?!, finimmo una sera in un piccolo locale, ove cenammo in cinque attorno ad un minuscolo tavolino in vimini. Per contenere Alfredo e cercare di motivarlo alle visite dell'indomani, gli misi in mano gli opuscoli sottratti al Centro Informazioni e impiegai malamente il tempo della cena ristretta lamentando col marito l'assenza di un museo che illustrasse la fabbricazione dei mosaici (cosa che, pensavo, avrebbe stimolato maggiormente l'attenzione dei bambini). Lamentavo, con la brochure di tale museo tra le mani. A Ravenna il museo c'è e si chiama molto romanticamente T'AMO, ma senza apostrofo.
Quegli stessi bambini che dovevano entusiasmarsi al museo, esaurirono la memoria e le batterie del mio cellulare per fare le foto mosaicate dei mosaici, con una App che squadretta le foto. Non so cos'altro portarono a casa dalla visita, ma io rimasi folgorata.
Alcuni pannelli in fondo alla chiesa ospitante, mostravano le bozze pittoriche dei mosaici e alcune bacheche gli strumenti dei mosaicisti.
E venne una di quelle rivelazioni che ti fanno apprezzare le banalità che magari tutti conoscono ma che tu, in quel momento, sei in grado di cogliere.
Dalle bozze disegnate capii che i mosaicisti sono più simili a noi. 
I pittori i colori se li creano da pochi pigmenti. Noi non abbiamo cocci di vetro, ma fili. Siamo simili: quelli abbiamo e con quelli dobbiamo cavarcela.
Mi affiorò alle labbra la definizione di Arti Minori... Cercando in rete vedo che tale definizione (che è in sostanza una distinzione tra arte e artigianato) viene considerata superata e che le Arti proprie come pittura, scultura e architettura, ritenute anacronistiche. Eppure ho la percezione che in Italia tutto sia fermo. La presenza della materia tessile nelle scuole relegata alla tecnica industriale. La capacità argomentativa nei musei disarmante. E io mi sento improvvisata e carente di una formazione.
Tornando ai mosaicisti e all'esposizione del TAMO... La loro scatoletta dei cocci... Benché improbabile da infilarsi in una borsetta come le nostre scatolette...
Non vi risveglia sentimenti familiari? 



Un altro pannello mi fece riflettere...
A seconda di come i piccoli pezzi vengono appiccicati al muro, o i fili stesi sulla stoffa, la luce che arriva dal sole o dalle lampade viene riflessa, puntuale, o infranta in direzioni diverse e da quei bagliori ci giunge un'immagine...
Ma questa è un'altra storia ancora.


venerdì 15 dicembre 2017

I colori del Bizantino e il dramma della teoria dei colori


Non sapendo da che parte cominciare, ho deciso di lasciar correre i pensieri. 
Cercare di razionalizzare i colori è un gran casino e lentamente ne sto scoprendo i motivi. 
Vi annoierò molto su questa faccenda nell'anno a venire, perché è un chiodo fisso da tempo, tramutatosi in una pericolosa affascinante dipendenza. 
Dunque attenzione a non farvi coinvolgere troppo! Già sto plagiando alcune signore e, prima o poi, quando avrò un discorso organizzato da esprimere, vi renderò partecipi del nostro percorso di immersione nella dannata e celestiale materia colorata.
Per il momento lancerò, forse più a me stessa che a voi, alcuni quesiti che urgono risposta. Che anticipano in parte cose che ho capito e che lasciano in sospeso dubbi ancora da risolvere o da organizzare.
Come già vi avevo accennato, tra uno strattone ad Alfredo ed uno a Mario che si faceva influenzare e scorazzava senza ritegno nella Basilica di San Vitale, il mio sguardo si posava sui mosaici, conscio della brutale ignoranza interpretativa dei simboli allegorici, ma confortato dall'amabile familiarità delle tinte che dai mosaici brillano là con una particolarissima gentilezza e raffinatezza. Avevo ricamato il campione prima della visita e non fu strano riconoscere nei mosaici gli stessi colori, eppure emozionante. 
La primissima riflessione è legata dunque alla banale ripresa delle tinte dominanti nei ricami.
Sui colori DMC segnalati dalla Scarpellini, avevo realizzato tre campioni per testarne l'effetto sui non colori più diffusi dei lini: bianco, ecrù e grezzo chiaro.


Il più luminoso e attraente l'ultimo azzurro, che lei chiama "color pavone", che evoca uno degli animali che molto di frequente popolano le volte e ammiccano tra gli architravi.
L'effetto dello sfondo è piuttosto curioso, ma non riesco ad andare oltre al rilevare che alcuni colori appaiono più brillanti su uno degli sfondi. Il pavone, per esempio, sembra dare il meglio di se' sul fondo grezzo, ma a quanto pare, stando al mio parere e non a quello di altri. E questa componente soggettiva sballa e fa andare fuori di testa, ma ha un suo senso...

Questo gesto, cioè di appoggiare i campionari sulle foto della guida di Ravenna pro photo, mi ha fatto saltare in mente una cosa che feci a suo tempo e cioè il confronto con un ricamo di anni e anni or sono... A punto Assisi.


Prima o poi vi parlerò di questo lavoro. Tante volte vi raccontai che alle origini della mia attività di ricamo partii con il punto Assisi. Per anni accantonai il ricamo e quando ripartii, ripartii, guarda un po', me ne rammento solo proprio adesso mentre scrivo, con uno studio di colore sull'Assisi. Volevo proprio dargli una forma e chiamarlo Studio assisiano. Se avessi avuto la costanza di oggi e un blog... Lo avrei fatto. Ma allora, ad un certo punto del lavoro, cadevo nello sconforto. E infatti è incompiuto. Questo era il secondo campione, quello con i colori meno usati (e riveste un quaderno ad anelli degli Orsetti del Cuore che usavo a scuola...). I principali (nel primo campione) il noto azzurro polvere, il rosso nobile e il rosso ruggine. 
Impossibile non collegare questi colori alle tovaglie romagnole e a tutti i ricami tradizionali, specialmente di area umbra.

Pausa riflessiva.

A Villa Buri, da qualche anno, spendo tutti i miei piccoli risparmi allo stand di Calimala, che fa dell'ecoprint un'arte e che conquista davvero tutti tutti. In rete ho trovato soltanto il profilo Fb e provo a mettervi il link, ma non so se sia necessario o meno chiederle l'amicizia per accedervi:https://www.facebook.com/people/Calimala-Ecoprint/100004920165477
Le ho acquistato (per essere precisi a lei e a Silvia Corrain) diverse stoffe tinte e molte matassine. Tutte lì ad aspettare e a chiamare a gran voce che io le degni, nonostante ogni tanto passi ad accarezzarle. Insomma ebbi una di quelle rivelazioni che forse si possono riassumere con il detto Hai scoperto l'acqua calda, anche se ancora nessuno e nessun testo mi abbia spiattellato la conferma in faccia.
Per farla breve, accarezzando le mie matassine ebbi la certezza che i colori tradizionali si dovessero ricollegare a quelle poche qualità forse reperibili all'alba della tintura dei filati: l'azzurro con guado o indaco? Il giallo della reseda? Il ruggine dalla robbia?
Accesasi la motivazione, dalla robbia sono partita per questioni sentimentali, che mi evocano un erbario e una breve esperienza fallimentare, anche se non del tutto, di tintura naturale.



Vi lascio ora, ma torno a breve, ripartendo da questa stessa foto. Ciao ciao!

mercoledì 13 dicembre 2017

Ravenna e l'Ars Bizantina. L'incontenibile molestia di Alfredo.


Come spesso accade al secondo soggiorno, è venuto meno l'idilliaco entusiasmo provato otto anni fa, paralizzata estatica innanzi ai mosaici di Ravenna.
L'incontenibile irruenza di Alfredo, del tutto fuori controllo da ché ha iniziato la prima elementare, ha logorato nervi e soglia dell'attenzione di tutti (ahimè anche degli innocenti visitatori), impedendoci di predisporre l'animo a qualsivoglia forma di estasi che non fosse il vederlo seduto fermo, muto e con adorabili occhioni da cucciolo. 
Ma da quando viaggio in compagnia del ricamo nella mente, porto comunque a casa qualcosa e l'aver incastrato questa gita proprio nel bel mezzo di studio di stuoia e couching, mi ha concesso di affrontare le visite con uno scopo. Nonostante le molestie del molestatore, torno insomma soddisfatta alle mie incombenze settimanali.
Acquistai alla fiera di Bellaria di quest'anno il libro Il ricamo bizantino di Carla Scarpellini, dopo anni di rosicamento per averlo solo distrattamente sfogliato alla mia prima fiera di Parma senza farlo mio. Il Bizantino mi ha sempre affascinato per la somiglianza in stile coi ricami di Assisi e per quella luce tutta propria che emana dai ricami. Non mi ci ero mai avvicinata seriamente a causa di insoddisfacenti esperimenti con il punto stuoia, che sembra sempre sporco e affatto lucente mentre lo si lavora. Ne avevo intuito le potenzialità eseguendo il cartiglio ovale della S di Siena, ma le perplessità non si erano esaurite del tutto.
Apro una dolorosa parentesi: più ripenso alla S di Siena, più mi sembra di aver perso qualcosa in questi ultimi anni. La guardo ed è come se non l'avessi fatta io. La me che l'ha ricamata non è la stessa di adesso.


Nel libro Il ricamo bizantino l'autrice svela i riferimenti storici e culturali del ricamo, illustra la tecnica e offre una galleria di disegni. Quello che io ho appreso attraverso il suo libro e alcuni miei campionamenti è un filtro da autodidatta. Segnalo che chi volesse una scuola seria, respirando la giusta aria e senz'altro soddisfacendo anche vista e palato nella terra d'origine, il Centro Italiano Femminile (Comitato Comunale di Ravenna) organizza annualmente un full immersion della Scuola di ricamo Byzantina Ars.



Inutile dire che posando anche solo superficialmente lo sguardo sulle pareti e le volte di Chiese, Tombe e Battisteri è facile riconoscere tutti quei simboli che sono ampiamente rincorrenti nei disegni per ricami e che si rifanno alla tradizione religiosa. Tra i miei preferiti i pavoni alla fonte e le volute con riccioli (...) dei tralci di vite. Disegni rubati agli affreschi, ai mosaici e ai bassorilievi e in effetti ti viene voglia di fotografarli tutti per disegnare qualcosa di tuo. Poi però ti dici che non è più tempo e che forse bisogna andare oltre, ma noi italiani abbiamo questo dannato attaccamento alla tradizione...
Rifletti sui colori e scopri che quelli tradizionali segnalati con i numeri DMC dalla Scarpellini sono, guarda caso, molto, molto somiglianti a quelli usati nei mosaici. Ma non parlerei di colori oggi, perché grazie al Bizantino ho ragionato su alcuni aspetti dei colori tradizionali, a cui vorrei dedicare un post a parte.
Darei qualche cenno di tecnica, per dimostrarvi che finché non ti ci metti, non vedi.
Non parliamo di una lavorazione complessa.
Finiture a parte, ce la caviamo con un punto erba per il contorno e con il punto stuoia per il fondo. Riguardo al punto erba possiamo essere in dubbio se ricamarlo a due fili o soltanto con uno e io già vi dico che ho lavorato sempre a un filo perché i disegni progettati per il Bizantino sono molto dettagliati e minuti e richiedono di conseguenza che lo spessore del filato non ne guasti la finezza. Ecco. Forse l'unica vera difficoltà del punto erba è il cercare la perfezione di esecuzione per non perdere i dettagli. Starei molto attenta al riporto del disegno (ve la ricordate la faccenda della stoffa stirata bene bene e del dritto filo?!) e alla resa di punte e curve.
Riguardo al punto stuoia il primo vero dramma è la messa a telaio. Non ci sono scuse. Capito, Barbara?! Eh, eh...
Poi il tutto si traduce in un semplice tira il filo, appunta il filo. Mi hanno preso in giro dicendo che a dire così sembro il maestro Miyagi di Karate Kid...

Da "Il ricamo bizantino", Carla Scarpellini

La tradizione dice a due fili. Se vuoi farlo brillare di più e vuoi una finezza maggiore e ti vuoi tanto male puoi lavorarlo a un filo.
Tecnicamente è banale, ma le insidie sono in agguato. L'ovvia difficoltà è tirare punti serrati e tenere il dritto filo. Ci si arriva presto, comunque.
Il non detto o il non pensato sta nella tensione della posa del lungo filo e nella direzione di quel piccolo punto di fermatura ripetitivo.
Sulla tensione del filo posso dirvi che con le ragazze della scuola del lunedì mattina è venuto fuori che questo benedetto lancio va tirato bene e non va mollato fino all'esecuzione del primo puntino di fermatura.
Sui puntini di fermatura... Vi risparmio i commenti sulle mie prove. Vi dirò soltanto che la mia superbia preconcetta mi ha indotto a pensare per anni che un bel puntino piccolo piccolo e perpendicolare al lungo filo sarebbe stato meno vistoso e avrebbe fatto brillare di più la superficie. Così pensando, senza un brandello di autocritica, non mi sono mai accorta che TUTTE le schematizzazioni del punto stuoia propongono un puntino obliquo, che accompagna come una torsione il filo di posa.
Eh... Indovinate un po'... A fare così brilla di più.
Sull'eseguire prima o dopo il punto erba, la Scarpellini dice prima, il Manuale del Cucito e del Ricamo della Coats Cucirini dice dopo. Ci ho provato: mi sembra che si riescano a conservare meglio i dettagli del disegno se si fa prima il punto erba e poi lo stuoia.
Un'ultima considerazione tecnica sta nella posizione dei puntini di fermatura, relativamente al giro precedente. Nelle vecchie schematizzazioni spesso si vedono questi punti a defluire in linee oblique parallele, come in questa immagine presa dal web.


Bisogna essere molto bravi a tenere dritte le linee oblique e comunque non è caratteristica del Bizantino che si vedano questi canali lucenti delimitati da linee opache.
Sembra dunque che il miglior modo sia di fare un puntino a metà dello spazio precedente e quindi alternando le linee. Sempre allo stesso link, ecco la migliore schematizzazione che ho trovato. 
Ilaria apprezzerai tutto ciò...

Румынский шов

Adesso mi fermo perché vi ho annoiate abbastanza e soprattutto perché il distruttore sta per varcare la soglia di casa. A presto... Spero!